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Solo macchie di colore?

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La prima volta che lo vidi fu al Twiggy, un locale di Varese ispirato a Twiggy Lawson, celebre modella che negli anni sessanta lanciò la minigonna. Mi trovai lì con degli amici per “bere una cosa” dopo esserci incontrati ad un meeting buddista.

Il nostro tavolo era quello vicino alla porta che ancora oggi conduce al bagno e all’uscita sul retro.

Francesco colpì subito la mia attenzione, anzi i suoi tatuaggi la colpirono; ne era ricoperto dalla testa ai piedi, letteralmente! Anche se vidi solo la testa e le mani, ne ero certa. Dilatatore ai lobi. “Classico di chi incontra quest’arte”, pensai con un tono altezzoso.

E non fu l’unico pensiero poco cordiale nei suoi confronti: ma ne avevo un motivo legittimo, mi raccontavo inconsciamente; Francesco era lì, allegro, in piedi vicino al nostro tavolo, la musica era ormai protagonista e tra le sue braccia Noah, il suo bimbo, “stravolto” pensai, e dormiente. Non era solo, c’era colei che immaginai essere la sua compagna e la mamma del bambino.

“Ma ti sembra l’ora di essere lì”, il mio pensiero successivo.

Qualcuno dei ragazzi che era con me lo conosceva. Pochi minuti dopo Francesco lasciò Noah alla compagna e si unì a noi. Non ricordo altro e non seppi altro, nemmeno che da lì, grazie a lui sarebbero cambiate diverse cose in me.  Continua a leggere “Solo macchie di colore?”

90 anni sempre a Montegrino

  

davMi ero ripromessa di scriverti un racconto una volta alla settimana e per un pò ci sono anche riuscita, ma poi ho dovuto fare i conti con la realtà: inventare una storia o aspettare l’incontro fortuito?

Sembra paradossale ma scelgo il secondo.

Questa breve conversazione è avvenuta questo martedì mattina: io seduta su una panchina a bearmi del caldo sole, l’anziana signora che mi scruta avvicinandosi lentamente con il desiderio di dirmi qualcosa. Lo vedo nel suo volto incerto, ma quando le sorrido comincia a parlare.

Si siede accanto a me proprio sul bordo dell’umida panchina di legno, ho paura che cada così la invito a mettersi più indietro. Mentre ci prova con scarso risultato, mi dice che le fanno male le gambe.

“Ho 90 anni quest’anno”.

E’ nata a Montegrino, da genitori di Montegrino e qui vive tuttora. Ha passato la vita con suo fratello, per ben 47 anni, solo loro. Non si è mai sposata e nemmeno lui. Hanno scelto un altro tipo di amore loro. Quello fraterno. 

Hanno litigato solo due volte forse, senza mai una parolaccia in casa.

“Una volta dissi a mio fratello di andare al diavolo e sai cosa mi ha risposto? Vacci tu che non voglio stare con quelli cattivi!”. Mentre i nostri vicini ogni due per tre litigavano e se ne dicevano di tutti i colori, e anche i bambini sai?”

Mentre mi parla guarda due volte verso l’ingresso del Municipio dicendo che deve andare. Prima che lo faccia davvero le chiedo come si chiama “Parla più forte che non ti sento”; mi presento anche io: Serena era il nome di una parente di sua mamma, sorride.

Ad un certo punto si alza fa per incamminarsi verso il portone si gira e mi dice: “Ti auguro di arrivare con la salute…perchè sai nove anni fa ho fatto un intervento al cuore di 9 ore e mezza, 81 anni avevo”……Si ferma mi riguarda e ripete:

“Ti auguro di arrivare con la salute e la mente”

E se ne va.

 

 

 

 

Nell’amore per la cucina, l’amore per se stessa

 

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                                                                                              Da San Martino di Polinago in provincia di Modena, inizia la sua storia quasi 80 anni fa, nel 1940.

Cresciuta con la mamma e i nonni, dopo le elementari va a fare la mezzadra lontano da casa, una bocca in meno da sfamare. “Ma stavo bene” mi dice. Le piace stare con le persone, a fare il fieno.

Poi un po’ più grande, come avviene forse per ogni ragazza emiliana,  va a fare la monda, per quaranta giorni: le donne, anche molto giovani, sono impiegate dalle 5 a mezzogiorno, un piatto di riso e poi di nuovo a lavorare, finché c’è luce.

Sta tutto il tempo con piedi e gambe a mollo nell’acqua, schiena curva e mani che estirpano le erbacce depositate ai lati del pianon. Ma lei sta bene anche lì, e ride! Insieme alle altre mondine canta tutto il tempo per non pensare alla fatica del lavoro. Si guadagna bene, mille lire e un kg di riso al giorno.

Ma all’età di 14 anni raggiunge gli zii a Cassano, il mio paese, perché i Signori per cui lavorano hanno bisogno di una serva, si perché allora non si usavano termini come colf o collaboratrice domestica, “Vado a fare la serva”, mi ripete ridendo e con orgoglio.

Così si ritrova in un piccolo paese del varesotto nel quale trova lavoro e il sentirsi parte di una famiglia che sempre ha ricercato.

E anche in questa realtà per 11 anni si occupa della pulizia interna ed esterna della villa, dei lavori domestici e della preparazione delle pietanze. Nonostante il lavoro impegnativo lei si sente sempre accolta, come una nipote, dai “ Signori”.

“Io stavo bene”, e ancora ride.

Intorno ai 24 anni si sposa e da lì vive una vita da regina, così la fa sentire il suo amato marito, anche davanti agli amici. La commozione cresce. Lui è mancato 11 anni fa.

Tra tutte queste vicissitudini, come ogni buona modenese, la cucina ha sempre fatto parte di lei, come respirare. Da che ne ho ricordo, è sempre stata una brava cuoca: avete presente quelle donne robuste, con il mattarello in mano? Ecco questa è l’immagine che ho di lei da sempre, cortese e sorridente.

Per lei è sempre stato un passatempo! E me lo ripete più volte come per convincermi.

“Ma sai che ho anche fatto la cuoca all’asilo di Cassano? Mi avevano messo in regola, anche qui mille lire al giorno: preparavo a casa solo il primo in un pentolone, poi mettevo tutto in un secchio con il coperchio e andavo a dispensarlo ai bambini. Quando mi vedevano mi correvano intorno entusiasti. Quando c’era da preparare la pasta con il  ragù, il macellaio mi regalava la trita, ci si aiutava una volta.”

E’ piacevole ascoltare la sua storia perché alcuni luoghi e alcune persone hanno fatto parte anche della mia vita.

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Quegli oggetti misteriosi

Questa breve storia descrive il mio incontro con un anziano signore. L’ho conosciuto nel negozio dove lavoravo come commessa, quasi un anno fa ormai.

Entrava nel negozio con un’andatura traballante, viso scalfito dall’età, corporatura robusta tondeggiante, ingobbito dal peso degli accadimenti della vita. Mi salutava con cortesia e mi sorrideva. La voce ora mi ricorda il personaggio di Orfeo (il venditore dei surgelati) interpretato da Max Cavallari dei Fichi d’India.

Era dolcemente buffo. Mi chiedeva di riempire la sua scatoletta di latta da 100g di tè verde Gunpowder. Voleva essere certo di non tornare a casa a mani vuote. Sembrava un bambino quando vede un barattolo di caramelle e ne vuole fare razzìa.

Gli piaceva solo quel tipo di tè, e fino all’ultima volta che l’ho visto entrare non ha mai abbandonato la scelta. Mi faceva tenerezza perché quella, come tante altre, erano abitudini che gli davano sicurezza.

Gli piaceva fermarsi con me vicino alla cassa per raccontarmi delle sue avventure di un tempo o per aggiornarmi delle condizioni di salute della moglie. Era lui che pensava a tutto. Mi raccomandava di riempire bene la scatola.

Ricordo che una delle volte che lo vidi mi raccontò una storia bizzarra che gli accadde quando era in Africa, promettendomi di mantenerne il segreto. Il suo volto era serio.

Avete presente quelle scene dei film con il negozio dall’insegna cadente, il proprietario seduto in silenzio a leggere una vecchia rivista e il giovane protagonista attratto da un oggetto apparentemente banale che invece si trasforma in un portale per un mondo dove si rischia addirittura la vita?!

Ecco, la sensazione che mi colpì fu quella, con un pizzico di disagio devo ammettere.

Ovviamente rispettai la sua richiesta di non farne parola con nessuno e continuerò ancora. Vi dico solo che trovò dei piccoli oggetti in questo bazar colorato e impolverato africano, che ancora oggi custodisce. Non so dirvi come mai ma il proprietario gli urlò parole incomprensibili cacciandolo dal negozio.

Me li mostrava avvolti in un fazzoletto di stoffa, per la prima volta. Li ricordo ancora, sul palmo della sua mano: raccontava dell’accaduto con un alone di mistero e di superstizione.

Da cinquant’anni portava con sé quest’ segreto. Non lo aveva mai raccontato a nessuno, mi ripeteva più volte.

E io, che mi aspettavo di ascoltare un suo vecchio ricordo di quando correva nei prati o giocava a nascondino!

Chissà che fine avranno fatto questi oggetti misteriosi.

Non so voi ma io preferisco non saperlo!

Dal Brasile all’Italia per amore

 Al supermercato faccio sempre begli incontri.

 

Avevo desiderio di recarmi proprio in quello già quando ero a casa. Avete presente quelle sensazioni che non sai motivare ma ti spingono a fare un qualcosa?! Ecco, probabilmente dovevo incontrare Rosemary.

Come ho detto a lei, questo nome mi ricorda le signore di fine Ottocento in quei paesi nelle praterie americane, con saloon e la chiesetta, punto di ritrovo dei concittadini.

Ma probabilmente questa è un’altra storia.

Ci siamo incrociate subito all’ingresso vicino al banco frigo dei formaggi in promozione: bitto, casera e un altro di cui non ricordo il nome e a fianco la scatola dei Pizzoccheri, uno dei miei piatti preferiti!

Con la coda dell’occhio la vedo voltarsi verso di me, con grembiule e cappellino bianco. Mi saluta, mi propone l’offerta in corso, la ascolto e da lì, ci troviamo a parlare della sua vita.

La cosa che mi colpisce subito di Rosemary  è la bellezza e la cura della sua persona: una donna di mezza età, capelli neri raccolti in una coda di cavallo, rossetto scuro, matita nera, loquace, con un portamento giovanile e spigliato.

Le chiedo di dove sia perché riconosco l’accento straniero ma non la provenienza: mi risponde di essere brasiliana ma di amare l’Italia fin da piccolissima.

Questa affermazione subito mi fa sentire onorata di essere italiana, ricordandomi che il mio paese è un paese che ancora si può amare!

Mi racconta di provenire da Recife, per gli amanti della geografia facile sapere che è conosciuta come la Venezia del Brasile.

“Quando ci si arriva con la nave sembra che nasca dall’acqua” (è sotto il livello del mare), “Anche se con la vera Venezia non ha nulla a che vedere”  mi dice Rosemary sorridendo!

E pensate che il suo amore per l’Italia nasce semplicemente sfogliando le pagine dei libri di scuola, quando la televisione non c’era e la lettura provocava sensazioni tali da immaginare profumi, tradizioni e paesaggi così lontani!

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La Prima Donna

davQuel giorno ero al supermercato, quello che riconosci per il colore giallo, la tigre blu e la mela rossa in testa, e giravo per le corsie con la speranza di non farmi catturare da qualche promozione o qualche prodotto che inspiegabilmente diventa necessario quando lo vedi!

Passo tra gli scaffali degli articoli per animali e una signora cattura la mia attenzione: è attaccata al carrello della spesa come per sorreggersi, mentre parla con un uomo. Ho la sensazione che sia più giovane di quello che vedo; il suo sguardo è fisso, i movimenti rallentati, il tono della voce basso.

Riprendo a girovagare ma una parte di me vuole tornare dalla quella signora: mi dirigo nella sua direzione e la trovo ancora lì, vicino allo scaffale intenta a scegliere le bustine di cibo per gatti.

Mi decido, la saluto e le chiedo consiglio riguardo una qualità che non ho mai preso per la mia Gioia. Lei si gira lentamente, mi guarda, mi accenna un sorriso un poco stupita, e mi spiega il suo punto di vista raccontandomi di avere una gatta e di essere lì a fare la scorta per lei.

La ascolto e condividiamo aneddoti ed esperienze a riguardo, finché poi non ci scambiamo il numero di telefono con la promessa di approfondire il discorso in un altro momento.

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